Rischio Di Frattura Nel Cancro Alla Prostata: Approfondimenti Da Un’Analisi Dello Studio STAMPEDE Su ADT E Acido Zoledronico
Una recente analisi secondaria dello studio di fase 3 STAMPEDE, pubblicata su Annals of Oncology, getta nuova luce sul significativo rischio di fratture affrontato dagli uomini con cancro alla prostata localizzato ad alto rischio o metastatico sensibile agli ormoni (mHSPC) sottoposti a terapia di deprivazione androgenica (ADT).
L’analisi si è concentrata su 2.140 pazienti dall’Inghilterra arruolati nello studio STAMPEDE, con dati sanitari collegati disponibili per 2.042 (96%) di essi, 734 con cancro alla prostata non metastatico (M0) e 1.308 con cancro metastatico (M1).
Questi pazienti sono stati randomizzati a ricevere la terapia standard di ADT da sola o ADT combinata con acido zoledronico, docetaxel (con prednisolone) o entrambi.
I ricercatori hanno impiegato modelli parametrici flessibili di rischi competitivi per stimare l’incidenza cumulativa a 5 e 10 anni delle fratture e per calcolare i rapporti di rischio della distribuzione sub, tenendo conto dei rischi competitivi come la morte, particolarmente rilevante nella malattia metastatica.
I risultati hanno rivelato un alto carico di fratture associato all’ADT.
Per gli uomini con cancro alla prostata non metastatico trattati solo con ADT, l’incidenza cumulativa a 5 anni di ospedalizzazioni per fratture era dell’11% (95% CI, 8–15%), salendo al 26% (95% CI, 20–33%) a 10 anni.
Per quelli con malattia metastatica, l’incidenza a 5 anni era ancora più alta al 23% (95% CI, 19–28%).
L’acido zoledronico, somministrato come sei cicli di 4 mg ogni 3 settimane seguiti da cicli ogni 4 settimane per due anni, ha ridotto significativamente il rischio di frattura nei pazienti M1, con un rapporto di rischio della distribuzione sub di 0,73 (95% CI, 0,55–0,97; p=0,015). Questo suggerisce che l’acido zoledronico, che inibisce il riassorbimento osseo mediato dagli osteoclasti, può stabilizzare le ossa indebolite sia dall’ADT che dalle lesioni metastatiche.
Tuttavia, non è stato osservato alcun beneficio significativo nei pazienti M0, dove il rapporto di rischio era 0,88 (95% CI, 0,59–1,32; p=0,549). Questa differenza può essere dovuta all’assenza di metastasi ossee nei pazienti M0, dove la perdita ossea indotta dall’ADT è il principale driver del rischio di frattura, richiedendo potenzialmente interventi diversi o a più lungo termine per mostrare un effetto protettivo. Il docetaxel, un agente chemioterapico, non ha mostrato un impatto chiaro sul rischio di frattura in nessun gruppo, con p-valori di 0,570 per M0 e 0,264 per M1.
Lo studio ha anche rilevato nessuna interazione tra docetaxel e acido zoledronico nella riduzione delle fratture, indicando che l’effetto protettivo sulle ossa è guidato principalmente dall’acido zoledronico nei casi metastatici. Questi risultati hanno implicazioni importanti per la pratica clinica.
La significativa riduzione del rischio di frattura con l’acido zoledronico nei pazienti M1 supporta il suo uso routinario in questo gruppo, in linea con il suo ruolo consolidato nella prevenzione degli eventi scheletrici correlati nel cancro alla prostata metastatico.
I punti di forza dello studio includono la sua grande dimensione del campione e l’uso di dati sanitari reali, che forniscono un quadro robusto del rischio di frattura nel tempo. Il follow-up a lungo termine, in particolare i dati a 10 anni per i pazienti M0, aggiunge preziose informazioni sugli effetti scheletrici persistenti dell’ADT. Tuttavia, esistono limitazioni. L’analisi era ristretta ai pazienti in Inghilterra, il che può limitare la generalizzabilità ad altri sistemi sanitari con diverse pratiche di gestione dell’ADT o della salute ossea. Inoltre, lo studio non dettaglia i tipi di fratture (ad es., vertebrali, dell’anca) o la loro gravità clinica, che potrebbero influenzare le decisioni di trattamento.
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