Studio di fase 1/2 per MK-6070: un promettente engager trispecifico dei linfociti T per i tumori neuroendocrini
MK-6070 è un engager trispecifico dei linfociti T ingegnerizzato per colpire una proteina chiamata DLL3, prevalentemente presente in alcuni tumori neuroendocrini aggressivi, incluso il carcinoma della prostata. Questa molecola funziona legandosi simultaneamente a DLL3 sulle cellule tumorali, al recettore CD3 sui linfociti T e all’albumina sierica, che prolunga il tempo di permanenza del farmaco in circolo. Il coinvolgimento coordinato recluta e attiva le cellule immunitarie del paziente affinché riconoscano e distruggano le cellule tumorali con elevata precisione. Questo candidato farmaco ha mostrato una notevole attività preclinica, in particolare in modelli che mimano il carcinoma della prostata neuroendocrino e il carcinoma polmonare a piccole cellule, entrambi tumori che esprimono DLL3 e che storicamente sono stati difficili da trattare efficacemente.
Studi di laboratorio dimostrano che MK-6070 induce potenti effetti citotossici contro cellule tumorali che esprimono DLL3 in modo dose-dipendente. Attiva i linfociti T, induce il rilascio di citochine citotossiche e promuove la lisi delle cellule tumorali, risparmiando le cellule prive di espressione di DLL3. In modelli animali con introduzione di linfociti T umani e tumori derivati da pazienti, MK-6070 ha indotto regressioni tumorali rapide e durature con profili di sicurezza gestibili. È importante notare che alcuni esperimenti hanno rivelato la capacità di MK-6070 di orchestrare l’uccisione di cellule tumorali adiacenti prive di DLL3, un effetto probabilmente mediato da meccanismi di bystander guidati dalle citochine. Tali caratteristiche sottolineano il suo potenziale nel superare l’eterogeneità tumorale, una delle principali sfide dell’immunoterapia oncologica.
Attualmente, MK-6070 è in studi clinici di fase 1/2 che ne esplorano sicurezza ed efficacia in pazienti con tumori neuroendocrini DLL3-positivi, incluso il carcinoma della prostata neuroendocrino. Sebbene sia ancora in una fase precoce di sviluppo clinico per queste indicazioni, gli studi in corso mirano a valutarne il potenziale terapeutico in monoterapia e in combinazione con altri agenti. La presenza del dominio di legame all’albumina potrebbe consentire un dosaggio meno frequente prolungando l’esposizione sistemica rispetto a molecole simili prive di questa caratteristica. L’evoluzione dei dati clinici chiarirà come queste promesse precliniche e intuizioni meccanicistiche si traducano negli esiti per i pazienti.
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