Scienziati Tracciano Il Cambiamento Mortale Nel Cancro Alla Prostata A Due Geni Chiave

Ricercatori dell’Università Emory hanno scoperto i meccanismi genetici ed epigenetici che guidano la forma più letale della malattia. Lo studio, pubblicato su Nature Genetics, mappa come alcuni tumori alla prostata evolvono in un sottotipo aggressivo noto come cancro alla prostata neuroendocrino (NEPC), una trasformazione che si verifica in circa il 20 percento dei casi avanzati ed è fortemente associata a esiti sfavorevoli.

Il team di ricerca ha utilizzato tecnologie all’avanguardia a singola cellula per tracciare come l’architettura del DNA si sposta nel tempo nelle cellule tumorali. Quello che hanno trovato è stata una riprogrammazione progressiva della cromatina, il materiale strutturale che impacchetta il DNA, portando a cambiamenti radicali nell’espressione genica. Questa riprogrammazione, hanno scoperto i ricercatori, è orchestrata da una coppia di proteine: FOXA2 e NKX2-1. Agendo come regolatori master, FOXA2 sblocca regioni specifiche della cromatina, consentendo a NKX2-1 di attivare geni che guidano le cellule verso un’identità neuroendocrina.

Le implicazioni sono significative. A differenza del cancro alla prostata tradizionale, che tipicamente si basa sulla segnalazione del recettore degli androgeni e risponde inizialmente alle terapie ormonali, NEPC è resistente al trattamento, a rapida diffusione e spesso fatale. Comprendere come questa trasformazione avviene a livello molecolare apre la porta a nuovi modi per fermarla prima che accada. Il team di Emory ha testato un tale approccio mirando ai regolatori epigenetici CBP e p300—proteine che aiutano a controllare l’attivazione genica. Usando un farmaco attualmente in studi clinici di fase iniziale, noto come CCS1477, gli scienziati hanno bloccato con successo il passaggio neuroendocrino in modelli di laboratorio e animali.

Mentre CCS1477 e altri farmaci epigenetici sono ancora in fasi sperimentali, la speranza è che un giorno possano essere utilizzati non solo per trattare NEPC ma anche per prevenirne l’emergere in pazienti ad alto rischio. Lo studio solleva anche la possibilità di nuovi biomarcatori che potrebbero identificare segni precoci di trasformazione neuroendocrina, molto prima che diventi clinicamente evidente.

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